In Calabria la parmigiana si prepara il quattordici di agosto. Ogni anno, la stessa data. La sera prima di Ferragosto le cucine si accendono presto: le melanzane si affettano, si salano, si asciugano e poi scendono nell'olio bollente una fetta alla volta. L'odore di frittura esce dalle finestre aperte e arriva in strada. Chi passa sotto un palazzo calabrese quella sera sa già cosa si mangia domani.
Dal Pollino allo Stretto
Di parmigiane calabresi ne esistono tante quante sono le famiglie. Ma la regione si legge a strisce orizzontali: cambia la teglia insieme al paesaggio.
Nel cosentino e sull'altopiano della Sila la parmigiana è un monumento. Tra gli strati entrano le uova sode a fette e la soppressata, affettata spessa. Il formaggio è il caciocavallo silano DOP, asciutto e saporito: fila senza annacquare la teglia. È una parmigiana pesante, pensata per sfamare la tavola di Ferragosto da sola.
Scendendo verso Catanzaro e Crotone i salumi cominciano a sparire. I formaggi seguono le latterie locali: provole, scamorze, caciocavalli di altra mano. L'uovo sodo resta in molte case ma non in tutte.
Sul versante tirrenico, nel vibonese, c'è chi fa scivolare tra gli strati la cipolla di Tropea, dolce e rossa: cuocendo si disfa e lascia un fondo zuccherino che non ti aspetti tra la melanzana e il formaggio.
Nel reggino ogni casa custodisce la propria versione. Molte famiglie non mettono né salume né uova sode: melanzane fritte, pomodoro, formaggio locale e basilico. La teglia è più vicina alla siciliana dello Stretto che alla cosentina, ma provare a dirglielo è sbagliato.
La ricetta non si tocca
L'unica regola che vale ovunque in Calabria è che la ricetta di casa non si cambia. Non perché sia la migliore: perché è quella. Quella della nonna, quella che si è sempre fatta così, quella che se la fai diversa non è più la parmigiana di casa. È il piatto italiano dove il concetto di ricetta di famiglia pesa di più: qui non c'è una versione regionale da imparare ma un'eredità da ricevere.