Il vino c'era già. L'inglese ci ha messo l'alcol.
La storia che si racconta è che un mercante inglese abbia inventato il Marsala. Non è andata così: lo bevevano già nelle taverne del porto.
Quello che l'inglese ha fatto è aggiungerci alcol perché reggesse il viaggio fino in Inghilterra. Una modifica tecnica, non un'invenzione.
Ma è quella modifica che è finita nel disciplinare due secoli dopo ed è per questo che oggi in Sicilia c'è un vino fatto come si faceva prima degli inglesi che non può chiamarsi Marsala.
Il perpetuum
Prima del 1773, a Marsala, si faceva un vino con un metodo che si chiamava perpetuum e il nome dice tutto. La botte non si svuotava mai: si prelevava il vino che serviva e si rabboccava con quello dell'ultima vendemmia, dentro una botte che conteneva ancora vino delle annate precedenti.
Con gli anni, dentro quel legno, non c'era più un'annata: c'era una media mobile di decenni. È lo stesso principio della solera con cui in Andalusia si fa lo Sherry e nessuno dei due popoli lo ha copiato dall'altro: è quello che succede quando si ha una botte, un clima caldo e nessuna intenzione di buttare via niente.
Il risultato era un vino ossidato apposta, ambrato, con una nota di frutta secca e una struttura che il vino normale non ha. Nelle campagne attorno a Marsala ogni famiglia che avesse una botte ne aveva uno.
Il mercante
Nel 1773 sbarca a Marsala John Woodhouse, mercante inglese. Nelle taverne del porto assaggia quel vino invecchiato nel legno e ci riconosce qualcosa: somiglia allo Sherry e al Porto, che in Inghilterra in quel momento si vendono benissimo.
Il problema è portarlo a casa. Un vino da tavola, dentro una stiva, per settimane di mare caldo, arriva a destinazione rovinato. La soluzione era già nota ai portoghesi e agli spagnoli: aggiungere acquavite. L'alcol in più blocca l'attività dei lieviti e stabilizza il vino, che smette di evolvere e regge qualsiasi viaggio.
Woodhouse ne spedisce una prima partita, funziona e dal 1796 avvia la produzione su larga scala. Una precisazione che vale la pena fare, perché in giro si legge il contrario: Woodhouse non ha inventato niente in cantina. Ha preso un vino che esisteva, gli ha applicato una tecnica che esisteva e ha aperto un mercato che non esisteva. Il merito è commerciale e non è poco: senza di lui quel vino sarebbe rimasto nelle botti di casa.
Le cinquecento pipe di Nelson
Poi arriva la guerra, che per il Marsala è la fortuna. Un contratto datato 19 marzo 1800 documenta l'ordine dell'ammiraglio Horatio Nelson: 500 pipe di Marsala per la flotta britannica nel Mediterraneo. Una pipe è una botte da circa 400 litri, quindi si parla di duecentomila litri in una firma sola.
È il momento in cui il vino di una cittadina della Sicilia occidentale entra nella logistica dell'impero più potente del mondo. La flotta staziona nel Mediterraneo e ha bisogno di qualcosa che si conservi a bordo. Il Marsala si conserva a bordo per definizione: era stato modificato apposta.
Gli altri due
Dopo Woodhouse arrivano quelli che fanno di Marsala una città industriale. Benjamin Ingham, di Leeds, arriva nel 1806 e apre i mercati europei e americani: è il più abile dei tre e costruisce una rete commerciale che arriva fino a New York.
Nel 1833 compra terra tra le proprietà di Ingham e quelle di Woodhouse un imprenditore di origini calabresi: Vincenzo Florio. È il primo produttore italiano di un vino italiano che fino a quel momento era in mani inglesi e la sua famiglia diventerà una delle più potenti della Sicilia. Alla fine del secolo i Florio compreranno l'azienda di Woodhouse.
Tre stabilimenti in fila sul lungomare, di cui due inglesi. È la fotografia di come funzionava l'economia del Sud in quel secolo.
Il nome che Nelson comprava a barili è finito nella corsia degli aromi per dolci.
Quindici anni di uova e banana
Il Marsala ottiene la DOC nel 1969, tra le prime d'Italia. E qui comincia la parte che nessuna cantina ama raccontare.
Dentro quel riconoscimento c'era anche una categoria chiamata Marsala Speciale: Marsala a cui si aggiungevano uova, mandorla, caffè, banana. Prodotti aromatizzati, con dignità di denominazione di origine controllata, per quindici anni.
Il risultato è prevedibile. Il nome che Nelson aveva comprato a barili è diventato, nella testa della gente, due cose: il liquore all'uovo e il fondo per la scaloppina. Nei supermercati fuori d'Italia «marsala» ha smesso di indicare un vino e ha cominciato a indicare una salsa per il pollo.
La correzione arriva con la legge 851 del 28 novembre 1984, che riscrive tutta la disciplina. Il nome Marsala viene vietato per le bevande aromatizzate prodotte con quel vino, con tre anni di transizione per smaltire le etichette. Le due eccezioni più vendute, il Marsala all'uovo e lo zabaione, vengono ribattezzate: nascono le formule «Cremovo zabaione aromatizzato» e «Cremovo vino aromatizzato», a condizione che almeno l'ottanta per cento del volume sia davvero Marsala.
La legge ha fermato l'emorragia. Non ha restituito il nome: quarant'anni dopo, la parola marsala nel mondo continua a essere più nota come ingrediente che come vino.
Il vino più fedele è quello fuori dalla denominazione
Nel 1980 un produttore di Marsala, Marco De Bartoli, decide di rifare il vino di prima degli inglesi. Non il Marsala fortificato: il perpetuo, quello delle botti di famiglia, senza alcol aggiunto, invecchiato per anni col metodo della ricolmatura continua. Lo chiama Vecchio Samperi, dal nome della contrada.
E non può chiamarlo Marsala. Il disciplinare, anche nella tipologia Vergine che è la più austera di tutte, richiede l'aggiunta di alcol. Un vino fatto come si faceva a Marsala prima che ci arrivasse Woodhouse è, per la denominazione che porta il nome di quella città, fuori.
De Bartoli ha contestato quella regola per tutta la vita. Il paradosso però è più interessante di chi avesse ragione: la denominazione non protegge il vino del posto, protegge la modifica che ci ha fatto un mercante straniero per esportarlo. È successo perché quando si è scritto il disciplinare, nel 1969, il Marsala vero era ormai quello inglese da due secoli e nessuno si è chiesto cosa ci fosse prima.
Sui piatti, questo sito racconta spesso la stessa cosa al contrario: una ricetta di famiglia che sopravvive fuori dai disciplinari. Qui il disciplinare c'è ed è arrivato tardi abbastanza da fotografare la copia invece dell'originale.
Carta d'identità
Sotto un nome solo ci sono vini che non si somigliano affatto.
| Denominazione | DOC dal 1969, riscritta dalla legge 851 del 28 novembre 1984 |
|---|---|
| Zona | Provincia di Trapani, esclusi Alcamo, Favignana e Pantelleria |
| Uve bianche | Grillo, Catarratto, Inzolia, Damaschino |
| Uve rosse | Perricone, Nero d'Avola, Nerello Mascalese (per il Rubino) |
| Colori | Oro, Ambra, Rubino |
| Dolcezza | Secco (fino a 40 g/l), Semisecco (41–100), Dolce (oltre 100) |
| Invecchiamento | Fine 1 anno, Superiore 2, Superiore Riserva 4, Vergine o Soleras 5, Vergine Stravecchio 10 |
| Alcol | Circa 15–20% vol |
Da leggere in fila, quella tabella dice una cosa sola: «Marsala» non è un vino, è una famiglia di vini molto diversi tra loro. Un Vergine Stravecchio secco da dieci anni di botte e un Fine dolce da un anno hanno in comune la provincia e poco altro. È anche il motivo per cui è così difficile spiegare al pubblico che cosa sia.
Il rito
C'è un gesto che a Marsala si fa ancora e altrove no: la bottiglia aperta resta aperta. Un vino fortificato e ossidato apposta non teme l'aria come un vino normale: può stare settimane sul mobile senza rovinarsi. È la ragione per cui in tante case siciliane la bottiglia del Marsala è quella che sta lì da sempre e si versa un dito quando arriva qualcuno.
Nelle cantine storiche sul lungomare, dove le botti sono impilate su più file, l'odore che si sente entrando non è di vino: è di legno vecchio e di frutta secca. Resta addosso ai vestiti.
Le altre vite
Il Marsala appartiene alla famiglia dei vini fortificati, nata tutta dallo stesso problema: come si spedisce il vino via mare senza che arrivi aceto. Il Porto in Portogallo, lo Sherry in Andalusia, il Madeira in mezzo all'Atlantico rispondono alla stessa domanda con la stessa soluzione e ognuno di loro ha alle spalle mercanti inglesi che facevano esattamente il mestiere di Woodhouse.
C'è poi la vita che il Marsala si è fatto per conto suo in cucina ed è quella per cui è più conosciuto al mondo: lo zabaione, la scaloppina, il chicken marsala dei ristoranti italoamericani. Un vino ridotto a ingrediente. Succede quando un prodotto viene venduto a lungo sul prezzo invece che sul nome.
Domande frequenti
Il Marsala è dolce?
Dipende dalla tipologia. Esiste secco (fino a 40 grammi di zucchero per litro), semisecco e dolce. Le versioni Vergine e Vergine Stravecchio sono sempre secche e sono quelle più lontane dall'idea di vino da dessert che la maggior parte delle persone ha in testa.
Che differenza c'è tra Marsala Fine e Marsala Vergine?
Il tempo e il metodo. Il Fine invecchia un anno, il Vergine almeno cinque, dieci per lo Stravecchio, e non ammette l'aggiunta di mosto cotto o di sifone, cioè i correttivi consentiti nelle categorie inferiori. Il Vergine è il Marsala più asciutto e più vicino a uno Sherry secco.
Il Marsala da cucina è vero Marsala?
Le bottiglie vendute come vino da cucina spesso non sono Marsala DOC ma vini aromatizzati e salati, che costano meno e servono ad altro. Da quando la legge del 1984 ha vietato l'uso del nome sulle bevande aromatizzate, controllare che in etichetta ci sia la denominazione d'origine è l'unico modo per sapere che cosa si sta comprando.
Da queste parti
Voci dell'atlante che stanno sulla stessa mappa o hanno la stessa storia dentro. Non sono abbinamenti: sono vicinanze.
Come è scritta questa pagina
Sono documentati lo sbarco di Woodhouse nel 1773, il perpetuum preesistente, il contratto del 19 marzo 1800 con Nelson, l'arrivo di Ingham nel 1806 e di Florio nel 1833, la DOC del 1969 e la legge 851 del 28 novembre 1984 con le formule «Cremovo».
La storia della tempesta che avrebbe costretto Woodhouse ad approdare a Marsala circola ovunque ma non è verificata, e per questo in questa pagina non c'è. Il fatto che il Marsala Speciale aromatizzato abbia avuto dignità di DOC dal 1969 al 1984 poggia al momento su una fonte sola.
Se conosci un documento che conferma o smentisce uno di questi punti, scrivi a info@atlantegoloso.it: correggo e ringrazio.