Il vino sbagliato che ha preso il posto di quello giusto.
Per duemila anni il vino importante della Valpolicella è stato quello dolce. L'Amarone è nato come il suo fallimento.
L'Amarone nasce da un Recioto che ha fermentato troppo: lo zucchero finisce, il vino diventa secco. Un errore di cantina. Il nome stesso è la reazione di chi l'ha assaggiato per la prima volta e ha dovuto trovare una parola per una cosa che non doveva esistere.
Oggi l'Amarone è il vino più caro e più esportato di Verona, e il Recioto, quello giusto che si faceva da sempre, è diventato una curiosità che quasi nessuno beve. La gerarchia si è capovolta nel giro di ottant'anni.
Duemila anni di vino dolce
L'appassimento in Valpolicella è antico e documentato. Nella prima metà del VI secolo Cassiodoro, ministro di Teodorico, scrive dell'Acinatico, un vino ottenuto da uve fatte seccare, e lo descrive con un'immagine rimasta: un mosto d'inverno, il sangue freddo dell'uva. È il vino che il re preferiva, e viene dalle colline sopra Verona.
Vale la pena fermarsi su questa data, perché in giro se ne legge un'altra. Molte pagine divulgative collocano Cassiodoro nel IV secolo: è sbagliato. Cassiodoro serve Teodorico, che governa l'Italia fino al 526. Siamo nel VI secolo. È il tipo di errore che si copia da un sito all'altro senza che nessuno lo verifichi.
Ancora più indietro c'è chi tira in ballo Catullo, che nel carme 27 nomina dei calices amariores, «calici più amari». La somiglianza con la parola «amarone» viene citata spesso come prova di un'antenatura antichissima. Non lo è: è un aggettivo latino comune, in un contesto che non parla di Valpolicella. Che una parola somigli a un'altra non è un documento.
Le orecchie del grappolo
Il vino dolce da uve appassite prende il nome di Recioto, e il nome dice come si faceva. L'etimologia più accreditata lo fa venire dalle recie, «orecchie» nel dialetto veronese: i due grappolini laterali che crescono ai fianchi del grappolo principale. Sono le parti più esterne, quelle che prendono più sole e maturano meglio. Al momento della vendemmia il grappolo veniva tagliato e le orecchie messe da parte, perché erano le più zuccherine e quindi le più adatte a seccare.
Circolano altre due ipotesi: dal latino racemus, grappolo, o da recis, termine tardo medievale per i grappoli staccati e appesi. Ma quella delle orecchie è la più diffusa e la più coerente con la pratica.
Il punto è che il vino di pregio era il dolce. Non per gusto arretrato: perché lo zucchero era ricchezza. Far seccare l'uva significa concentrare, e concentrare significa avere qualcosa che le annate normali non danno. Il Valpolicella secco di tutti i giorni era il vino da tavola. Il Recioto era il vino delle feste.
Il fruttaio
L'appassimento non è essiccazione. È una perdita d'acqua lenta e controllata, e tutto il mestiere sta nel controllo. I grappoli scelti si dispongono in un solo strato, mai accatastati, nel fruttaio, un locale ventilato: tradizionalmente sulle arele, graticci di canna, oggi più spesso in cassette. Ci restano tra i 100 e i 120 giorni, da settembre fino a gennaio o febbraio, e in quel tempo perdono circa metà del loro peso.
Quello che resta è un acino avvizzito con la stessa quantità di zucchero di prima, distribuita in molta meno acqua. Da lì viene tutto: il grado alcolico alto, la densità, la concentrazione.
E c'è un dettaglio che spiega perché l'appassimento sia un mestiere e non un'attesa: nel fruttaio la muffa è la nemica. Si passa tra le cassette a controllare e a togliere gli acini che ammuffiscono, perché su un'uva ferma e ravvicinata una muffa sbagliata non resta dove si trova: si prende tutto il resto. Quattro mesi di sorveglianza, non quattro mesi di riposo.
La disattenzione
La storia che si racconta è questa. Nel 1936, alla Cantina Sociale Valpolicella, un cantiniere di nome Adelino Lucchese trova una botte di Recioto lasciata indietro. Ha fermentato oltre il dovuto: lo zucchero è finito, e al posto del vino dolce c'è un vino secco, potente, con una chiusura amara. La assaggia e dice la frase che dà il nome a tutto: questo non è un amaro, è un amarone.
Bella storia. Ed è quasi certamente una leggenda di fondazione, o almeno una semplificazione. Le fonti che la raccontano, comprese quelle del mondo del vino, la introducono quasi sempre con «si narra», e nessuna cita un documento di cantina. Ha tutti i tratti del racconto d'origine: un uomo solo, un gesto involontario, una battuta memorabile. Le stesse storie si raccontano per lo Champagne, per il Sauternes, per il Tokaj.
Quello che è documentato è meno cinematografico ma più interessante: in Valpolicella si producevano da tempo Recioti che finivano di fermentare, chiamati amari o scapàrsi, e non erano considerati un pregio. Erano il risultato di un'annata andata così. Il salto non è stato inventare l'Amarone: è stato decidere che quel difetto valeva la pena di essere ripetuto apposta.
Il salto non è stato inventare l'Amarone. È stato smettere di considerarlo un incidente.
Settantaquattro anni per smettere di chiamarsi Recioto
La prima bottiglia commercializzata con quel nome viene fatta risalire al 1953. Da lì in poi la trasformazione è rapida e istituzionale.
Nel 1968 arriva la DOC, ma sotto un nome che oggi suona strano: Recioto della Valpolicella Amarone. L'Amarone è ancora ufficialmente una sottospecie del vino dolce, il figlio irregolare registrato sotto il cognome del padre.
Nel 2010, con decreto del 24 marzo, arriva la DOCG e con essa l'indipendenza: Amarone della Valpolicella, senza più «Recioto» davanti. Ci sono voluti settantaquattro anni dalla botte di Lucchese perché il vino sbagliato smettesse di essere definito in funzione di quello giusto. Nello stesso momento il Recioto, che era il capostipite, diventa una denominazione minore per volumi e per attenzione.
Carta d'identità
I numeri del disciplinare, che sono anche il motivo del prezzo.
| Denominazione | DOCG dal 2010 (DOC dal 1968) |
|---|---|
| Zona | Valpolicella, provincia di Verona |
| Sottozone | Classico (Negrar, Marano, Fumane, Sant'Ambrogio, San Pietro in Cariano) e Valpantena |
| Uve | Corvina 45–95% (il Corvinone può sostituirla fino al 50%), Rondinella 5–30%, altre a bacca rossa non aromatiche max 15% |
| Appassimento | 100–120 giorni in fruttaio, in singolo strato, fino a perdere circa metà del peso |
| Alcol minimo | 14% vol |
| Affinamento | minimo 2 anni, 4 anni per la Riserva |
Una riga merita attenzione: la Molinara non c'è più. Per generazioni è stata una delle uve canoniche della Valpolicella, e oggi non compare tra quelle prescritte. Dava acidità e colore leggero: qualità che servivano al vino da tavola e che remano contro un vino che punta su concentrazione e potenza. Il disciplinare non l'ha vietata, ha smesso di richiederla, e quasi tutti hanno smesso di metterla. Anche i disciplinari raccontano che cosa il gusto di un'epoca considera un pregio.
La contesa: quanto Amarone è troppo Amarone
Qui non ci sono due città che litigano, come nel ragù o nella lasagna. C'è una lite interna e divide i produttori tra loro.
Da quando l'Amarone è diventato il vino che si vende all'estero, le superfici destinate all'appassimento sono cresciute molto. Il che pone un problema che nel vino dolce non esisteva: l'appassimento nasce come selezione: si sceglie il meglio del meglio, le orecchie del grappolo, e si accetta di perdere metà del peso. Se l'obiettivo diventa il volume, quella selezione si allenta per forza.
Da qui due schieramenti che si riconoscono a occhio: chi difende l'idea originaria, pochi ettari e un vino che non si fa tutti gli anni; e chi produce su scala e sostiene che la tecnica moderna consenta qualità anche su numeri grandi.
C'è poi una seconda lite, più tecnica ma altrettanto sentita: lo zucchero residuo. Un Amarone è per definizione secco, ma la concentrazione può lasciarne un po'. Alcuni lo considerano parte del carattere, altri un ammorbidimento fatto per piacere ai mercati che amano i rossi morbidi. Non è una questione di etichetta: è una questione di che cosa si vuole che l'Amarone sia.
Il quarto vino: il Ripasso
La Valpolicella produce quattro vini dallo stesso uvaggio, e capirli in fila è il modo più veloce per capire l'Amarone.
- Valpolicella: uve fresche, vino da tavola, leggero.
- Recioto: uve appassite, fermentazione fermata: resta dolce.
- Amarone: uve appassite, fermentazione completa: secco e potente.
- Ripasso: un Valpolicella fatto rifermentare sulle vinacce dell'Amarone.
Il Ripasso è nato come economia: dopo aver tolto il vino dall'Amarone, nelle vinacce resta ancora sostanza. Rimetterci sopra il Valpolicella base significa dargli una seconda vita, colore e struttura. È il figlio pratico di un vino sontuoso, e commercialmente è oggi importantissimo, perché offre parte del carattere dell'Amarone a una frazione del prezzo. Anche qui, di nuovo, lo stesso movimento: una cosa nata per non buttare via niente è diventata una categoria.
Il rito
L'Amarone non è un vino da pasto nel senso corrente. Con i suoi 14 gradi minimi, che in pratica sono spesso 15 o 16, non accompagna: occupa. Si serve intorno ai 18 gradi, in bicchieri ampi, e vuole essere aperto in anticipo. È un vino che regge decenni: le bottiglie importanti si bevono a dieci o vent'anni, e continuano a cambiare.
In Valpolicella lo si beve d'inverno, che è la sua stagione anche per come è fatto: l'uva finisce di seccare a gennaio, quando fuori fa freddo e nel fruttaio si sta a controllare le cassette una per una. E si beve dopo, non durante: sui formaggi lunghi, o da solo, che è il modo in cui più spesso lo bevono le persone che lo fanno.
Le altre vite
L'appassimento è uscito dalla Valpolicella. Oggi si trovano vini «in stile Amarone» in mezza Italia e fuori: in Australia, in California, in Sudafrica, dove la tecnica viene applicata a uve che con la Corvina non c'entrano niente.
Il nome però resta legato al territorio: Amarone della Valpolicella è protetto, e chi fa appassimento altrove deve chiamarlo in altro modo. È la solita distanza tra una tecnica, che viaggia, e un nome, che resta fermo: la stessa che separa la parmigiana dalla Sicilia o la carbonara da Roma.
Domande frequenti
L'Amarone è dolce o secco?
Secco, per definizione. La confusione nasce dal fatto che si fa con le stesse uve appassite del Recioto, che è dolce: la differenza è che nell'Amarone la fermentazione va fino in fondo e consuma tutto lo zucchero. Una certa morbidezza residua resta, ed è oggetto di discussione tra i produttori, ma un Amarone dolce non è un Amarone.
Perché l'Amarone costa così tanto?
Perché si parte da un'uva che perde metà del peso. Per una bottiglia serve circa il doppio dell'uva di un vino normale, più quattro mesi di fruttaio con la sorveglianza che comporta, più un minimo di due anni di affinamento, quattro per la Riserva, prima di poter vendere.
Che differenza c'è tra Amarone e Ripasso?
L'Amarone si fa con uve appassite. Il Ripasso è un Valpolicella normale, fatto rifermentare sulle vinacce dell'Amarone dopo che questo è stato tolto. Ne prende colore e struttura, ma non è lo stesso vino: è il modo di dare una seconda vita a quello che avanza.
Da queste parti
Voci dell'atlante che stanno sulla stessa mappa o hanno lo stesso gesto dentro. Non sono abbinamenti: sono vicinanze.
Come è scritta questa pagina
Questi dati vengono dal disciplinare di produzione: DOC 1968, DOCG con decreto del 24 marzo 2010, percentuali delle uve, 100–120 giorni di appassimento, 14% vol, due anni di affinamento e quattro per la Riserva.
La storia di Adelino Lucchese e della botte dimenticata è riportata come la riportano le fonti: un racconto, non un documento. Lo stesso vale per il 1953 della prima bottiglia commercializzata, una data che circola ovunque e di cui non ho trovato la fonte originale.
Se conosci un documento che conferma o smentisce uno di questi punti, scrivi a info@atlantegoloso.it: correggo e ringrazio.